Economia, Italia ancora fanalino di coda in Europa

Poco spazio all'ottimismo sui conti dell'Italia: se le stime della Commissione Ue di metà febbraio già prevedevano una crescita molto limitata del Pil nazionale, l'agenzia di rating Standard&Poor’s riduce ancor più le speranze, registrando preoccupazioni per il settore bancario e l'incertezza politica che caratterizza il nostro Paese.

Sono durate all'incirca due settimane le speranze sulla crescita del Pil dell'Italia a ritmi sostenuti. Anzi, in verità l'ottimismo non riguardava neppure l'anno in corso, quanto piuttosto il prossimo 2018, così come si evinceva dalle previsioni degli esperti della Commissione Ue che, a metà febbraio, aveva diffuso le stime sullo stato delle economie dei Paesi europei.

Facciamo ordine. Secondo quanto riportato nel report della Commissione, nel corso del 2017 il Pil italiano è destinato a crescere al di sotto del punto percentuale, il ritmo peggiore in tutta Europa; eppure, ecco la speranza, nel 2018 dovrebbe tornare a una velocità maggiore, toccando un incremento di 1,1 punti percentuali. Ma non tutti sono d'accordo.

Le valutazioni di Standard & Poor's. Nei primi giorni di marzo, infatti, è arrivata l'indagine di Standard & Poor's a dare una ulteriore mazzata all'ottimismo; secondo l'agenzia di rating, infatti, il Pil italiano non raggiungerà l'1% di crescita sia nel 2017 sia nel 2018. Un pessimismo che deriva innanzitutto dalle “attuali preoccupazioni del settore bancario” e dalla “incertezza politica” che rischiano di creare conseguenze negative per la crescita del credito e, più in generale, di ostacolare la ripresa degli investimenti delle imprese.

Calano gli investimenti. Proprio questo è un tasto piuttosto dolente, sia sul fronte delle aziende che su quello privato: come si rileva anche dalle notizie riportate sul portale www.fissovariabile.it, infatti, sono innanzitutto i risparmi e gli investimenti a risentire degli shock finanziari e, in particolare, le quote immesse sul mercato in Italia sono calate del 30% nel corso di pochi anni, con dei picchi verso il basso che coincidono con gli shock che nel 2009 e 2011 che hanno messo in dubbio la cornice istituzionale del nostro Paese.

Aumentano le spese degli italiani. Eppure, le stime dell'Istat rivelano un quadro lievemente difforme da quello appena descritto; secondo l'istituto nazionale, infatti, nel corso del 2016 ci sono stati importanti "segni più" che hanno spinto alla crescita della spesa per consumi finali delle famiglie residenti in Italia (aumentata in volume dell'1,3%), soprattutto per la quota relativa ai trasporti, ad alberghi e ristoranti, abitazione e ricreazione e cultura. 

Ripartono gli investimenti. In salita anche la spesa delle Amministrazioni pubbliche, aumentata dello 0,6%, mentre quella delle Istituzioni sociali private è cresciuta del 2,2%. Inoltre, l'Istat certifica che la componente più dinamica della domanda è composta dagli investimenti fissi lordi, con un incremento del 2,9% che è stato superiore a quello del 2015 (1,6%). Ripartono anche gli investimenti in mezzi di trasporto (27,3%), macchinari e attrezzature (3,9%) e costruzioni (1,1%), mentre i prodotti della proprietà intellettuale sono scesi (-1,3%).

Ma il Pil resta basso. Il focus Istat si concentra anche su altri aspetti importanti, come quello legato alla pressione fiscale, che nel corso del 2016 si è leggermente allentata scendendo al 42,9% del Pil, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 43,3% dell'anno precedente. La combinazione di questi fattori ha portato alla correzione delle stime del Governo e all'indicazione di una previsione più ottimistica sulla crescita del Pil nazionale, che dovrebbe attestarsi a fine anno a una quota superiore dello 0,9% rispetto a quella di fine 2016.

 

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